Trans Balkan Race: 1.400 chilometri nel cuore più selvaggio dei Balcani

Trenta mila metri di dislivello, oltre l’80% del percorso in fuoristrada e un massimo di dieci giorni per raggiungere il traguardo, senza alcun supporto esterno. La Trans Balkan Race non è soltanto una competizione di ultra-cycling: è un viaggio attraverso alcuni degli ultimi territori realmente selvaggi d’Europa e, soprattutto, dentro i propri limiti. Giovanni Ganzerli ci racconta come ha affrontato questa straordinaria avventura, dal setup della bicicletta ai momenti più difficili vissuti lungo il percorso.

Attraversare quattro Paesi seguendo la dorsale delle Alpi Dinariche, pedalando per giorni tra foreste, altopiani carsici, sentieri, villaggi isolati e montagne: la Trans Balkan Race è una sfida nella quale preparazione, capacità di adattamento e organizzazione diventano importanti quanto la forza nelle gambe.
Una gara estrema, ma anche un’occasione per scoprire territori ancora autentici, incontrare culture diverse e vivere un’esperienza capace di lasciare un segno profondo.

Che cos’è la Trans Balkan Race?

La Trans Balkan Race è una gara unsupported di circa 1.400 chilometri e 30.000 metri di dislivello positivo, con un tempo limite di dieci giorni. Il percorso parte da Trieste e raggiunge la baia di Kotor, in Montenegro, attraversando Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina lungo la spina dorsale delle Alpi Dinariche. I partecipanti devono inoltre transitare attraverso due checkpoint intermedi, senza poter contare su alcun supporto esterno. Circa l’82% della traccia si sviluppa in fuoristrada, tra strade forestali, sentieri, single track, carraie e tratturi: antiche piste erbose e sterrate percorse per secoli dagli animali durante la transumanza. I tratti asfaltati rappresentano appena 250 chilometri sui 1.400 complessivi e, dopo ore trascorse sui terreni più impegnativi, finiscono quasi per diventare un lusso.

Cosa rende questa gara così unica?

La Trans Balkan Race trova il proprio equilibrio tra avventura, isolamento, scoperta e resistenza. Il percorso attraversa alcuni degli ultimi territori davvero selvaggi d’Europa. Dalle foreste del monte Snežnik e del Parco nazionale del Risnjak si raggiungono gli altopiani carsici del Velebit e della Dinara, per poi proseguire nelle vaste pianure del Livanjsko Polje e tra le montagne del Cincar, dove vivono ancora cavalli selvaggi. La traccia passa anche da città cariche di storia come Mostar, prima di tornare nella natura più remota attraverso la foresta primordiale di Perućica, nel Parco nazionale di Sutjeska, il lago e il canyon della Piva, fino alle cime, ai pascoli e ai laghi glaciali del Durmitor. La vera difficoltà, però, non è solamente fisica. L’autosufficienza, la scarsità di acqua e rifornimenti, le lunghe salite e le enormi distanze senza presenza umana obbligano ogni partecipante a confrontarsi continuamente con i propri limiti.
A rendere l’esperienza ancora più profonda sono gli incontri con comunità, culture e tradizioni differenti, i segni ancora visibili della storia recente dei Balcani e il continuo contrasto tra foreste, deserti rocciosi, montagne, villaggi isolati e città. È proprio questa sensazione di attraversare una frontiera autentica, aspra e ancora poco conosciuta a trasformare la Trans Balkan Race in qualcosa di molto più grande di una semplice competizione.

Quando hai deciso di partecipare?

Due sono gli aspetti che mi hanno sempre attirato di questa gara. Il primo è il territorio dei Balcani, che aveva già ispirato uno dei miei viaggi più recenti tra Albania, Macedonia, Kosovo e Montenegro. Il secondo è la sua spietatezza: isolamento, condizioni climatiche e temperature imprevedibili, frontiere e un tempo limite che non concede troppe perdite di tempo. Per completarla entro il limite massimo significa mantenere una media di circa 140 chilometri e 3.000 metri di dislivello ogni giorno, per dieci giorni consecutivi e in condizioni tutt’altro che semplici. In realtà non credo ci sia stato un momento preciso in cui ho deciso di partecipare. Ho sempre guardato questa gara da lontano, lasciandomi ispirare dalle storie e dai racconti degli amici che l’avevano già vissuta. Continuavo a chiedermi se sarebbe mai arrivato il giorno in cui anch’io mi sarei sentito all’altezza di una simile follia.
Ho scelto di iscrivermi a questa edizione con molta titubanza. Da una parte mi sembrava il modo perfetto per mettere in gioco tutta l’esperienza accumulata durante anni di viaggi, gare, trail e uscite in solitaria. Dall’altra, non ero convinto di essere davvero pronto per portarla a termine al meglio delle mie possibilità.
Sapevo anche che sarebbe stata la mia prima e ultima occasione: per scelta, su queste distanze non ripeto mai due volte la stessa esperienza. Volevo quindi che la prima fosse anche la migliore, per tornare a casa senza rimpianti.

Come ti sei preparato prima della partenza?

Dal punto di vista fisico non ho mai seguito tabelle o allenamenti specifici. Non ho mai gareggiato con l’obiettivo di ottenere una determinata posizione in classifica, ma per portare a casa il miglior risultato possibile continuando a divertirmi. La mia preparazione è quindi consistita soprattutto nel fare più chilometri e più ore di sella possibili. Da gennaio ho iniziato a utilizzare sempre più spesso la mountain bike, per abituarmi alla posizione e acquisire maggiore dimestichezza con un mezzo che, per la prima volta, mi avrebbe accompagnato in gara per una distanza così lunga. Come dico sempre, però, il vero allenamento necessario per affrontare questo genere di competizioni è mentale, non fisico. Per allenare il corpo esistono infinite possibilità. Per allenare la testa ne esiste soprattutto una: l’esperienza. Anche durante i miei viaggi ho sempre cercato luoghi e Paesi il più possibile lontani e differenti da quelli in cui sono nato e cresciuto, come Marocco, Giordania, Armenia, Turchia e Georgia. Queste esperienze mi hanno insegnato a conoscere meglio me stesso, i miei limiti, le mie paure e il modo in cui reagisco davanti alle difficoltà. Le gare precedenti, invece, mi hanno aiutato a gestire il passaggio mentale tra viaggio e competizione, a rendere il setup sempre più essenziale e ad arrangiarmi con ciò che ho a disposizione anche nelle situazioni impossibili da prevedere davanti a un computer.

Come hai organizzato il setup della bicicletta?

Rispetto alla gravel, che ho sempre utilizzato per questo genere di gare e distanze, una mountain bike full suspension offre meno possibilità per il montaggio delle borse tradizionali e obbliga a diventare ancora più minimalisti. Nel triangolo centrale non si può installare una borsa ingombrante a causa dell’ammortizzatore. La borsa sottosella non deve compromettere il funzionamento del reggisella telescopico, mentre quella da manubrio non può essere troppo piena per evitare il contatto con la ruota anteriore durante la compressione della forcella. Il portapacchi? Nemmeno preso in considerazione: anche l’estetica vuole la sua parte. Le uniche certezze iniziali erano quindi la borsa top tube e lo zaino idrico, che da soli non sarebbero però mai stati sufficienti. Ho osservato e analizzato le biciclette utilizzate nelle precedenti edizioni, fino a definire il mio setup:

Al di là del materiale trasportato, in esperienze di questo tipo è fondamentale studiare l’organizzazione nel minimo dettaglio. Bisogna sapere sempre dove si trova ogni oggetto, in modo da limitare le perdite di tempo e ridurre lo sforzo mentale. Da casa potrebbe sembrare un aspetto quasi irrilevante, ma sul campo diventa determinante quando entrano in gioco stanchezza, buio, ansia, freddo, pioggia e problemi meccanici.

Quale scelta si è rivelata davvero indispensabile?

La scelta più azzeccata è stata sicuramente quella della bicicletta. Con qualsiasi altra tipologia di bici, probabilmente anche con una più semplice front, avrei rischiato di finire tra i DNF. Una buona full suspension, nonostante uno o due chilogrammi in più, restituisce molto più comfort e sicurezza. Soprattutto in discesa permette di rilassarsi, staccare il cervello e affrontare i tratti tecnici con maggiore tranquillità dopo tante ore in sella. Mi hanno salvato anche le quattro buste di riso pronto che avevo portato da casa. Mi hanno permesso di fare pasti discreti nelle situazioni di emergenza, soprattutto nei tratti più isolati, quando sono rimasto senza altro cibo a causa di qualche piccolo errore di pianificazione.

Qual è stato il momento più difficile?

Il primo momento davvero difficile è arrivato già durante la giornata iniziale. Sono partito scarico, giù di morale e con pochissima motivazione. Non ero ancora convinto di aver fatto la scelta giusta iscrivendomi proprio quell’anno a una gara così ambiziosa e non ricordo molte altre occasioni in cui sono arrivato tanto vicino all’idea di ritirarmi. Alla fine mi sono concesso 24 ore. Avrei continuato a provare e, se la situazione non fosse cambiata, avrei avuto un motivo concreto per abbandonare. Ho rallentato, mi sono preso il tempo necessario per osservare i paesaggi, incontrare le persone e godermi i colori e la natura. Dopo la prima notte sono finalmente entrato nel giusto stato mentale e ho cominciato a divertirmi.

Il secondo momento più duro è arrivato al chilometro 1.090. Avevo raggiunto il secondo checkpoint alle 16:00. Essendo ancora presto per fermarmi, alle 17:00 sono ripartito nonostante le previsioni meteorologiche poco incoraggianti. Arrivato alla frontiera tra Bosnia e Montenegro, intorno alle 19:00 ha iniziato a piovere pesantemente. La traccia mi avrebbe riportato a quota 1.300 metri, per poi proseguire nuovamente nel nulla per moltissimi chilometri. Dovevo trovare un riparo. Su Google Maps ho individuato un piccolo ostello apparentemente situato lungo il percorso. Dopo una vera e propria cronoscalata sotto il diluvio, assaporando già la doccia calda e il letto, sono arrivato davanti alla struttura e ho scoperto che nel frattempo era diventata un oratorio. Non c’era nessuno e non avevo alternative. Mi sono sistemato su una panchina sotto una piccola tettoia, ho mangiato qualcosa e alle 21:00 sono entrato nel sacco a pelo per riposare.
Tra pioggia, vento e altitudine, però, la temperatura è scesa quasi fino a zero. Mi trovavo a dormire a 1.300 metri con un sacco a pelo da 15 °C. Nonostante piumino, bivy e materassino, il freddo arrivava fin dentro le ossa.

Ripartire era impossibile: pioveva ancora, l’abbigliamento era completamente bagnato e la traccia mi avrebbe portato ancora più in alto. Avevo programmato di rimettermi in movimento alle 3:00, ma proprio a quell’ora ha smesso di piovere e la temperatura ha iniziato a salire. Sono finalmente riuscito a smettere di tremare e a chiudere gli occhi. Mi sono svegliato alle 6:00 e sono ripartito intorno alle 7:00. Non era il programma che avevo immaginato e avevo perso diverse ore e qualche posizione in classifica, ma almeno ero sopravvissuto.

C’è stato un momento in cui hai pensato: “Sono venuto fin qui proprio per questo”?

Senza dubbio l’arrivo. Non avevo mai vissuto sette giorni così intensi. Dentro di me sono sembrati quasi mesi, per la quantità di emozioni provate, paesaggi attraversati e sfide affrontate. A rendere il momento ancora più speciale è il modo in cui il traguardo rimane completamente nascosto fino agli ultimi cinque chilometri. Poi compare all’improvviso, quasi teatralmente, insieme a una meravigliosa vista sulla baia di Kotor. Quella visione amplifica la sensazione di compimento e dà finalmente un significato a ogni fatica e a tutti i sacrifici affrontati per arrivare fin lì. Dal punto di vista paesaggistico è davvero difficile fare una classifica. La particolarità dei Balcani è che si attraversano Paesi per certi versi simili, ma allo stesso tempo profondamente differenti. La Bosnia è stata una novità e una sorpresa incredibile: distese di verde incontaminato, boschi e parchi naturali. Il Montenegro mi ha fatto esclamare nuovamente “wow”. I paesaggi diventano più brulli, la vegetazione è meno fitta e più bassa, il terreno più roccioso e le strade spesso più dure, ma anche estremamente panoramiche.

Come si sono comportati la bicicletta e i materiali?

In gare di questa lunghezza, soprattutto quando si svolgono prevalentemente in fuoristrada, non bisogna sottovalutare l’usura dei materiali. Anche i componenti nuovi tendono a consumarsi precocemente a causa delle condizioni climatiche, degli sbalzi termici, del terreno e dell’intensità di utilizzo. Per questo consiglio di acquisire almeno un minimo di manualità e di conoscenze meccaniche prima della partenza. Durante l’ultima giornata ho dovuto affrontare diversi problemi: copertoni tagliati, pastiglie dei freni ormai finite e batterie del cambio quasi scariche. Fortunatamente non è accaduto nulla per cui non fossi preparato.
Tre cose, in particolare, non dovrebbero mai mancare: una boccetta di lubrificante per la catena, alcune fascette e del nastro americano.
Le borse GIVI-Bike, invece, si sono dimostrate all’altezza delle condizioni affrontate: EXTREME ed estremamente affidabili!

Quale consiglio daresti a chi vuole affrontare la Trans Balkan Race?

Non la consiglierei come prima gara. È necessario avere un minimo di preparazione fisica, mentale, meccanica e organizzativa. Non tanto per ottenere un risultato, quanto per riuscire a godersi l’esperienza senza uscirne traumatizzati. Se, però, si hanno già alle spalle alcune esperienze e si ama rimanere immersi nella natura per giorni, scoprire luoghi incredibili e poco convenzionali, arrangiarsi davanti agli imprevisti, affrontare la fatica e aggiungere un pizzico di sana competizione, allora il consiglio è di non pensarci troppo. La Trans Balkan Race è tanto dura e spietata quanto unica, sia per il percorso sia per l’esperienza che permette di vivere.

La Trans Balkan Race in numeri

Il percorso

  • 1.400 chilometri;
  • 30.000 metri di dislivello positivo;
  • 82% del percorso in fuoristrada;
  • 10 giorni di tempo limite;
  • altitudine compresa tra 0 e 1.900 metri;
  • 2 checkpoint intermedi.

La gara

  • 228 partecipanti;
  • 160 partecipanti nella categoria SOLO;
  • 13 italiani, di cui 9 SOLO e 4 PAIR;
  • 93 ritirati, circa il 41% dei partecipanti;
  • record del percorso di Justinas Leveika, vincitore dell’edizione 2025 in 4 giorni, 8 ore e 39 minuti;
  • vittoria 2026 di Joachim Maclean in 4 giorni, 17 ore e 5 minuti.

La gara di Giovanni

  • 176 ore e 51 minuti complessivi;
  • 100 ore e 31 minuti in movimento;
  • 37° posto assoluto;
  • 3° italiano;
  • 27 ore di sonno, di cui 3 in una struttura e 24 lungo il percorso;
  • velocità media di 13,9 km/h;
  • temperature comprese tra 5 e 32 °C.

Molto più di un traguardo

La Trans Balkan Race dimostra come, nelle avventure più impegnative, il risultato finale sia soltanto una parte della storia. Dietro ogni chilometro ci sono mesi di esperienza, decisioni prese sotto pressione, capacità di adattamento e una continua ricerca dell’equilibrio tra velocità, sicurezza ed essenzialità. La bicicletta e l’equipaggiamento devono diventare parte di un sistema semplice, affidabile e immediatamente accessibile, capace di accompagnare il rider anche quando stanchezza, freddo e isolamento rendono ogni gesto più difficile. Dopo 1.400 chilometri attraverso il cuore dei Balcani, ciò che rimane non è soltanto una posizione in classifica, ma la consapevolezza di aver attraversato territori straordinari, superato momenti apparentemente impossibili e raggiunto il traguardo contando sulle proprie forze. È questa, in fondo, l’essenza più autentica del bikepacking: partire preparati, viaggiare leggeri e scoprire fin dove possiamo arrivare.

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