ROAD TO THE UNKNOW: in viaggio con Francesco e Martina

Ciao Francesco e Martina. A voi la parola per una veloce presentazione.

Martina: Sono sempre stata un’amante della natura, affascinata dalla montagna ed entusiasta viaggiatrice. Lavoro comeroute editor per komoot e collaboro con testate giornalistiche e blog del mondo outdoor. Credo nel potere della condivisione e nella forza delle parole per ispirarsi e ispirare.

Francesco: Classe ’89, sono un curioso e iperattivo personaggio, innamorato dell’outdoor in ogni sua declinazione. Al grido di “Mucchinyyysulemanyyy” voglio scoprire il mondo attorno a me e me stesso attraverso quel fantastico mezzo che è la bici. Rubando la frase più famosa di Cartesio, riassumo la mia filosofia in Cyclo Ergo Sum, “pedalo, quindi sono”, perché è nell’esplorare il mondo in bicicletta che ho trovato il mio vero dàimon, la mia essenza. Fotografo, faccio video, scrivo sul mio blog (che fantasiosamente si chiama proprio così). In questo 2023 di cambiamenti organizzerò tour e viaggi in bici guidati in Iride Bike Tours e racconterò e aiuterò a raccontare storie di viaggi in bici con la rivista cartacea Impronte – Storie a pedali.

Com’è cambiata la vostra vita da quando i viaggi in bicicletta hanno preso il sopravvento?

M: Da quando ho cominciato a viaggiare in bici non riesco più a farne a meno. Prima in solitaria, poi in compagnia, ho scoperto che il cicloturismo è perfettamente in grado di unire le mie passioni: vivere luoghi nuovi a ritmo lento pedalando con la bici carica dell’essenziale mi permette di immergermi totalmente nella natura. Questo è diventato il tipo di viaggio che preferisco.

F: Non posso che essere totalmente d’accordo con Martina. La bicicletta si rivela essere il miglior modo di esplorare il mondo, il giusto mezzo tra sfida fisica e velocità di scoperta di luoghi vecchi e nuovi. Viaggiare è scoprire ed è anche riscoprire posti già visitati, è guardarli con occhi diversi, una nuova maturità, un nuovo punto di vista sul mondo. Il fatto è che non se ne può più fare a meno.

Quando é nata questa passione?

M: La passione verso la bicicletta è nata un po’ per caso nella primavera 2019 quando i miei amici mi hanno proposto di andare da Milano a Pavia (e ritorno) pedalando. Non avevo una bici adatta e me ne hanno prestata una per quei primi 70 km. Da lì ho deciso di prenderne una per seguirli nelle uscite giornaliere. Quell’estate, inoltre –complice un problema di salute che mi ha trattenuta dal continuare i viaggi solidali in Paesi molto diversi dall’Italia – ho noleggiato bici e borse per il primo cicloviaggio in Finlandia. Una volta tornata ho deciso di dotarmi di una bici adatta ai viaggi e nel tempo sto perfezionando la mia attrezzatura, avventura dopo avventura.

F: Viaggiare in bicicletta non ha mai attraversato le mie idee di viaggio fino al 2013, quando un caro amico mi coinvolse in un primo cicloviaggio sulla Ciclabile della Drava in Austria. Da un losco figuro, appartato sotto al Ponte Coperto di Pavia, per ben 70€ comprai appositamente una bicicletta che non posso definire altrimenti che “scacciona”. Zaino da 20 kg sulle spalle, zero allenamento e tanta voglia di provare questa cosa strana chiamato cicloturismo.

Voi viaggiate in due, ognuno con il proprio assetto. L’autonomia è importante? Si tratta di una soluzione privilegiata?

M: Sentirsi comodi e a proprio agio con l’assetto è fondamentale per godersi il viaggio. La libertà di scegliere come caricare la bici è un ingrediente intrinseco del cicloviaggio. Cerchiamo di dividerci il materiale in modo che ognuno porti il necessario per sé (per esempio vestiario, sacco a pelo, materassino). Gli oggetti comuni, come tenda o cambusa, li dividiamo più o meno equamente. Certo, Francesco è più allenato e nel vano tentativo di evitargli lunghe attese in cima alle salite, gli affido qualcosa in più.

F: (sorride) Sì, confermo, Martina mi affida qualcosa in più, ma è sempre molto modesta e non si accorge che anche lei è ben allenata. Devo essere sincero, ed è la prima volta che affronto un viaggio condividendo l’attrezzatura, perché ho sempre viaggiato in compagnia ma come se ognuno avesse i paraocchi, senza condividere una tenda o un fornelletto. Devo ammettere che questa soluzione permette di essere un po’ più agili ed evitare doppioni inutili.

Ce ne parlate?

M: Per i primi viaggi avevo le classiche due borse al posteriore, con il tempo ho cercato di migliorare la distribuzione dei pesi. Nell’ultima avventura, da Poggio Mirteto (RI) a Canicattì (AG) ho usato le due borse impermeabili Junter da 14 litri sul portapacchi anteriore per abbigliamento, computer e accessori. Sempre all’anteriore ho montato la borsa da manubrio Climb con sacco a pelo, piumino, camera della tenda e paleria. Al posteriore ho avuto la borsa sottosella Hump dove riponevo gli oggetti più pesanti quali beauty, elettronica e primo soccorso. Mi sono trovata molto bene e ho avuto tutto lo spazio necessario per alloggiare l’attrezzatura di cui avevo bisogno.

F: A differenza di Martina, come già spoilerato poco prima, non sapendo nemmeno cosa fosse il trasporto del bagaglio in bici, il primo viaggio lo affrontai zaino in spalle, per passare repentinamente a una prima versione di cicloturismo classico. Quella diventò la modalità prediletta, con borsa manubrio classica e tutto il peso sul posteriore, con borse sul portapacchi e altri “cilindroni” sopra lo stesso. Da qualche anno a questa parte, con l’acquisto della mia amata – Martina non me ne voglia – Salsa Fargo chiamata Purple Panther, è arrivato l’altrettanto apprezzato bikepacking, inizialmente accolto con malfidenza, ma poi accettato e divenuto indispensabile per poter affrontare viaggi impegnativi e tecnici, magari non tanto lunghi come l’ultimo dove sono tornato a un ibrido bikepacking-cicloturismo.

Quali Paesi avete toccato in bicicletta? Pensando al primo e all’ultimo in ordine di tempo, com’è cambiato l’approccio con la bicicletta, la guida, la strada e anche con l’attrezzatura di supporto al viaggio?

M: Oltre che in Italia ho pedalato in Finlandia, Austria, Slovenia e Svizzera. Per il primo viaggio non mi sono posta troppe domande: pensavo bastasse una bici qualsiasi e delle borse compatibili con il portapacchi. Mi sono dotata di attrezzatura da campeggio entry level basando le mie scelte sulle precedenti esperienze di trekking, ho indossato l’abbigliamento sportivo di cui già disponevo per le uscite in bici giornaliere e “rubato” qualcosa dalla parte di armadio dedicata allo sci/scialpinismo.

Con il tempo ho capito che la scelta della bici deve combaciare con le preferenze di tipologia di percorsi: adesso ho una adventure bike perfetta per i viaggi anche fuoristrada. La scelta delle borse è fondamentale per tenere tutto asciutto, avere lo spazio necessario per ciò che si sceglie e avere una buona maneggevolezza alla guida.

Per quanto riguarda i dettagli, infine, ci sono stati molti accorgimenti – anche banali – che ho adottato nel tempo: mi sono dotata di un ciclo computer e un paio di power-bank per potermi avventurare nella natura senza preoccuparmi della ricarica dell’elettronica per qualche giorno. Ho anche alleggerito il mio bagaglio lasciando a casa qualche cambio di troppo.

F: Da quell’estate di ignoranza e Drava seguirono Danubio, Francigena, Lettonia, Peloponneso, Canarie, viaggi in Italia anche lunghi, e chissà dove ci porteranno le nostre bici! Se penso a quante cose mi portavo in viaggio durante le prime esperienze, mi vien da ridere, o forse da piangere. Proprio come dice Marti, il battesimo del viaggio in bici deve avvenire costi quel che costi, senza troppo pensare a che bici si usi o che attrezzatura si abbia: bisogna partire con cosa si ha, per capire se fa per noi, e poi fare degli upgrade di conseguenza. La bici, l’attrezzatura tecnica, le borse per trasportarla. Magari avere anche la possibilità di scegliere che setup utilizzare in base alla difficoltà, alla durata del viaggio e alla tipologia di terreni che si affronteranno. Anche io, proprio come Marti, ho aggiunto livelli di difficoltà al viaggio, magari inizialmente appoggiandomi a strutture, per poi passare al camping e ora, nelle ultime avventure, al wild camping con fornelletto per i pasti. La voglia di avventura e di alzare l’asticella c’è sempre, ed è questo che tiene vivo il fuoco dell’esplorazione.

Vi ponete dei limiti? Ad esempio sulle tratte giornaliere

M: Per quest’ultimo viaggio dal Lazio alla Sicilia abbiamo programmato le tappe di giorno in giorno. Quando siamo partiti ci eravamo dati un periodo in cui rientrare alla base, ma non avevamo stabilito una data precisa che sarebbe stato il più grande dei limiti.

Abbiamo cercato di seguire un itinerario che ci potesse attirare dal punto di vista naturalistico (in Italia c’è davvero l’imbarazzo della scelta) ritrovandoci così a dover affrontare tappe in cui il limite era il dislivello. Se la tappa era prevalentemente pianeggiante riuscivamo a coprire delle buone distanze, mentre in caso di salite impegnative, invece, ci fermavamo prima.

F: In generale – e forse troppo ingenuamente – ho sempre dato troppo peso a km e dislivello, per inquadrare le mie giornate. Ho da subito applicato la regola dei “massimo 100km al giorno”, anche se come in tutte le cose non è possibile applicare un sistema così rigoroso per ogni tipo di viaggio, l’ho capito man mano che mi allontanavo dalle strade battute e asfaltate. Se si sta in fuoristrada e si affrontano dislivelli, a volte è anche una grande conquista stare sugli 80km giornalieri, ma facciamo anche 60! Comunque sto imparando che più che su un numero, bisogna basarsi sulle esperienze da vivere, sulla pienezza dei km che si percorrono, sul senso che diamo loro e che riceviamo dal percorso.

Ho visto che non vi ferma la brutta stagione. E che siete anche autonomi dal punto di vista del “cucinare”. In sostanza possiamo inserirvi tra i travellers puri e duri?

M: Ognuno vive la propria esperienza secondo il proprio istinto, non credo ci siano categorie di cicloviaggiatori. C’è chi macina tanti chilometri, chi viaggia per lunghi periodi o chi si spinge in luoghi lontani. Facciamo tutti parte di una grande famiglia. Non mi entusiasma tanto l’idea di eleggere il più avventuroso, la più temeraria o chi più ne ha più ne metta.

La passione è il motore più potente. Essere immersi nella natura vuol dire anche confrontarsi con gli agenti atmosferici, ma siamo stati molto fortunati e non abbiamo quasi mai pedalato sotto l’acqua (contrariamente a quanto successo l’anno scorso in Sardegna dove ogni giorno eravamo costretti a vestire gli abiti impermeabili che chiedevano pietà). L’autonomia dal punto di vista del “cucinare” è, per noi, importante per poter godere appieno dell’avventura: non vorremmo mai trovarci più affamati di quanto già non lo siamo sempre.

F: Cucinare col fornelletto è stata una bellissima scoperta: conferisce il vero senso di libertà e indipendenza a un’avventura. Per il tempo, posso affermare che siamo stati graziati, perché rispetto allo scorso viaggio in Sardegna dove prendemmo pioggia per 10 giorni di fila, in questi 30 giorni di pedalata siamo stati sotto la pioggia per circa 10 km, l’ultimo giorno! Quindi l’abbiamo scampata, anche perché io non sono particolarmente fortunato con l’attrezzatura anti-pioggia… Seguendo invece il discorso sui km e sui dislivelli, posso affermare con certezza che aborro le sfide, chi cerca le imprese anche forzate e chi fa dei numeri il mantra per narrare le proprie avventure: davvero sono i numeri più importanti della bellezza del viaggio fine a se stesso? Quindi non so nemmeno definire la categoria di “travellers duri e puri”. Posso dire di appartenere con orgoglio alla categoria di chi ama commuoversi, stupirsi, faticare, gioire delle salite sconfitte e accettare le sconfitte in salita. Più che traveller duro e puro, mi piace pensare che se anche una persona ha scelto di provare questo fantastico modo di scoprire e scoprirsi grazie a qualcosa che ho fatto o detto o filmato o fotografato, posso ritenermi utile, e non vedo l’ora di ascoltare e magari condividere la storia di un nuovo viaggiatore o di una nuova viaggiatrice. Ciao mamma, sì, è questo ciò che voglio fare da grande.

A cosa puntate? Qual è il traguardo da raggiungere, quello che darebbe alla vostra grande passione per i viaggi in bicicletta una marcia in più?

M: A me piacerebbe non perdere mai la voglia di esplorare il mondo pedalando. Credo che pedalare per passione dia un gusto (come direbbero i motociclisti romagnoli) senza eguali. Punto a non stancarmi mai. La passione, la volontà e la sana sete di nuove avventure credo siano la vera marcia in più di ogni viaggio.

F. Non voglio mai smettere di stupirmi, di quanto ci sia da imparare sul mondo che ci circonda e su noi stessi. Non voglio smettere di emozionarmi. Non voglio smettere di farlo grazie ai pedali e a quello sciocco e ripetuto movimento che invece ha così tanto significato. Per una marcia in più… han fatto quella trasmissione a 13 velocità che potrebbe fare al caso mio!

Qual è il viaggio che maggiormente vi accomuna? Quello considerato da entrambi assolutamente indimenticabile?

M: Se volessimo rispondere come gli inguaribili sognatori dovremmo dire: “Il viaggio più bello deve ancora venire”. Per rimanere con i piedi per terra credo che ogni viaggio ci dia un motivo per essere ricordato, anche un semplice weekend può diventare un’avventura indimenticabile.

F: Verissimo, il prossimo viaggio è sempre il migliore. Succede sempre questa cosa, il podio cambia sempre. Anche questo è il bello di viaggiare, sapendo di avere sempre avventure migliori che arriveranno. Al momento questo lungo viaggio di un paio di mesi con Martina da Poggio Mirteto a Canicattì che abbiamo voluto simpaticamente chiamare Road to the Unknown ci ha dato davvero tanto, ci ha avvicinati, ci ha insegnato a gestire energie, a organizzare anche improvvisando, a uscire dalla comfort zone, e ovviamente ci ha messo una voglia matta di viaggiare ancora – e pure insieme!

Com’è il rapporto con i vostri follower? Cosa si aspettano da voi?

M: Mi piace pensare che i social abbiano il potere di avvicinare le persone creando comunità con le stesse passioni. Scambio consigli, pareri e battute con chiunque capiti sul mio profilo (su Instagram sono @spintheworld_marti) e poi chissà che si riesca a vedersi di persona. Mi piace raccontare le mie esperienze alternando momenti di ilarità a momenti utili a livello pratico o “culturale”: ad esempio quando è saltata la vite del portapacchi sono entrate in campo le inseparabili fascette da elettricista oppure quando abbiamo attraversato luoghi ricchi di storia ho cercato di descrivere qualche aneddoto con toni leggeri.

F: Ecco, mente Martina un po’ di cultura la trasmette attraverso i social, io sono più il giullare di corte. Mi piace fare caciara nel raccontare un’avventura in bici. Anche qui come nella vita odio i copioni e gli script, chi si imposta e si finge altro. Come mi vedete nella realtà, sono sui social. Senza filtri. Canto, ballo, faccio casino, grido “Mucchinyyysulemanyyy” e rido di gusto. Mi piace essere autentico perché solo così sono convinto che la storia che voglio raccontare sia percepita onestamente. E anche a me piace legare con chi c’è, con chi si fa sentire, abbiamo tra le mani una potenza inaudita, che spacca ogni distanza e ogni grado di conoscenza, ed è bellissimo quanto tanto potere diventa utile, per condividere esperienze, suggerimenti, per aiutarci a conoscerci dal vivo, anche nella realtàfuori dal feed. La conferma me l’ha data un podcast che ho creato proprio in occasione dell’ultimo viaggio – chiamato Cyclo Ergo Sum, se volete dargli un’ascoltata – e che ha riscosso un minimo successo. Chissà che non ne esca una seconda stagione, oltre ai numerosi video che ho in programma per il 2023 sul canale YouTube…

Con GIVI-Bike c’è un rapporto di collaborazione. L’azienda vi ha fornito una serie di accessori dedicati alle vostre biciclette. Avete avuto modo di testarli?

M: La collaborazione con GIVI-Bike mi rende orgogliosa, sono felice di poter testare i vostri prodotti e vi ringrazio per la disponibilità. Ho avuto modo di testare le borse della linea Experience e Adventure durante l’ultimo viaggio e in qualche uscita giornaliera: ne sono rimasta ben impressionata. La borsa che mi è piaciuta di più è stata la Climb da manubrioperché è particolarmente capiente e stabile: è in grado di portare tutto l’occorrente per una pedalata giornaliera e può essere caricata in abbondanza durante i viaggi. Grazie alle due cinghie verticalisono riuscita ad alloggiare esternamente il telo della camera della tenda e non ho mai avuto problemi di stabilità.

F: Con GIVI-Bike è partita in modo molto entusiastica una collaborazione che non possiamo che definire interessantissima, uno scambio costruttivo e un supporto continuo in tutto ciò che abbiamo fatto. Dal test delle prime borse della linea Adventure, condotta meticolosamente su numerosi trail di alcuni giorni e viaggi anche più lunghi (Veneto Trail, Emilia-Romagna Bike Trail,Gravel sul Serio, Cicloturistica Cremonese GravelDays,in Albania, alle Canarie), durante questo ultimo viaggio sono passato all’assetto definitivo: un bell’ibrido tra bikepacking e cicloturismo classico con l’anteriore caricato con borsa manubrio Climb della linea Adventure e posteriore con borse Junter da 14 litri, una soluzione che aiuta nel trasporto di litraggio e al tempo stesso permette di viaggiare abbastanza spediti. Devo dire che mi sento egualmente soddisfatto dalle linee – che dimostrano non essere compartimenti stagni e che possono essere combinate a creare il proprio equipaggiamento ideale – e ad oggi non riesco ad eleggere il mio setup preferito, sono davvero soddisfatto di entrambe le soluzioni, anche se sono curioso di vedere nelle prossime avventure se riuscirò ad alleggerirmi ulteriormente e affrontare qualche percorso in super smartbikepacking (temine coniato ad hoc). L’intenzione è quella di continuare a testare i prodotti e rappresentare GIVI-Bike, che ringraziamo per aver creduto in noi con tanta fiducia!

Equipaggiamento